È noto che la rinascita della letteratura greca in Occidente nel XV se-colo si fonda più sulle opere in prosa che non su quelle in poesia: la ra-gione di tale preminenza sta essenzialmente nel fatto che la poesia risul-tava più difficile e richiedeva più approfondite competenze per venire letta, tradotta e interpretata. Tuttavia, il divario di interesse tra i due àmbitinon va estremizzato: anche per la poesia, infatti, una “fortuna” si ravvisa,ed è più articolata di quanto generalmente non si pensi (e scriva). Per ci-tare il nome più eclatante, il grande Omero nel Quattrocento non è affatto trascurato: interi canti, o semplici brani, dei due poemi sono volti in latino da classicisti del calibro di Francesco Filelfo, Leonardo Bruni e Angelo Poliziano, che traduce i libri II-V dell’Iliade. Quest’ultimo va rilevato – si cimenta anche con altri poeti greci: in gioventù (probabilmente nel 1473) volge in latino i carmi di Mosco; quando è ormai un filologo maturo, traduce un componimento impervio come l’InnoV diCallimaco (Sui lavacri di Pallade) ed esplora testi ardui come i Dio-nysiakàdi Nonno di Panopoli e leArgonautiche orfiche. Nella veste diprofessore tiene corsi universitari sui poemi omerici (1485-90), Teocrito (1482-83) ed Esiodo (1483-84). Il versante teatrale, poi, riceve da luiun’attenzione particolare, giacché sappiamo che Angelo lesse Eschilo e, soprattutto, molto Euripide e tutto Aristofane, come si evince da al-cuni articoli sul tema, dai quali partirò per il presente lavoro, dove mipropongo di consolidare e integrare le considerazioni in quelli esposte

Angelo Poliziano e il teatro greco: modalità e tipologie di citazioni da Euripide e Aristofane

Claudio Bevegni
2016

Abstract

È noto che la rinascita della letteratura greca in Occidente nel XV se-colo si fonda più sulle opere in prosa che non su quelle in poesia: la ra-gione di tale preminenza sta essenzialmente nel fatto che la poesia risul-tava più difficile e richiedeva più approfondite competenze per venire letta, tradotta e interpretata. Tuttavia, il divario di interesse tra i due àmbitinon va estremizzato: anche per la poesia, infatti, una “fortuna” si ravvisa,ed è più articolata di quanto generalmente non si pensi (e scriva). Per ci-tare il nome più eclatante, il grande Omero nel Quattrocento non è affatto trascurato: interi canti, o semplici brani, dei due poemi sono volti in latino da classicisti del calibro di Francesco Filelfo, Leonardo Bruni e Angelo Poliziano, che traduce i libri II-V dell’Iliade. Quest’ultimo va rilevato – si cimenta anche con altri poeti greci: in gioventù (probabilmente nel 1473) volge in latino i carmi di Mosco; quando è ormai un filologo maturo, traduce un componimento impervio come l’InnoV diCallimaco (Sui lavacri di Pallade) ed esplora testi ardui come i Dio-nysiakàdi Nonno di Panopoli e leArgonautiche orfiche. Nella veste diprofessore tiene corsi universitari sui poemi omerici (1485-90), Teocrito (1482-83) ed Esiodo (1483-84). Il versante teatrale, poi, riceve da luiun’attenzione particolare, giacché sappiamo che Angelo lesse Eschilo e, soprattutto, molto Euripide e tutto Aristofane, come si evince da al-cuni articoli sul tema, dai quali partirò per il presente lavoro, dove mipropongo di consolidare e integrare le considerazioni in quelli esposte
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