Il concetto di periferia può riferirsi a una o più zone di una città, ma può anche avere una valenza non strettamente geografica, bensì sociale, psicologica, esistenziale, nutrita da un profondo disagio e da un odio verso le classi considerate privilegiate tale da portare al cinismo e al nichilismo. I protagonisti dei dieci racconti riuniti in Radiator, esordio letterario di Jan Sonnergaard (1963-2016), esprimono diverse sfumature di questa condizione comune: giovani, ventenni o trentenni, raccontano dei loro incontri nella capitale, degli approcci sentimentali e sessuali, degli scherzi anche feroci giocati ai più vulnerabili, fino a una serie di furti in parte pianificati in parte frutto dell’ebbrezza del momento. Le loro azioni sono scandite da un linguaggio scarno, spesso brutale, ma a volte sono accompagnate da monologhi e sfoghi contro le istituzioni che dovrebbero garantire a tutti dignità e opportunità e invece perpetuano ingiustizie, svelando l’aspetto oscuro dello stato sociale danese contemporaneo. Il lettore si trova di fronte a diversi paradossi, primo fra tutti il fatto che i protagonisti non paiono essere essenzialmente degli emarginati, anzi, hanno le risorse per condurre una vita accettabile, e tuttavia lo sono sostanzialmente, in un sistema marginalizzante al quale si ribellano quando non sono costretti a rassegnarsi. Il contributo si propone di analizzare la costruzione del concetto di periferia, con particolare riguardo alle immagini della città, ricorrenti in alcuni racconti, e al loro ruolo nella drammatizzazione e nella visione del mondo dei personaggi. Nell’analisi si cercherà anche di collocare l’opera di Sonnergaard non solo nel contesto della letteratura postmoderna e minimalista, ma anche in una prospettiva diacronica, considerando alcune delle principali rappresentazioni di Copenaghen nella letteratura danese dell’ultimo secolo.

Periferie esistenziali nella Copenaghen di fine millennio: Radiator (1997) di Jan Sonnergaard

Finco, Davide Agostino
2017

Abstract

Il concetto di periferia può riferirsi a una o più zone di una città, ma può anche avere una valenza non strettamente geografica, bensì sociale, psicologica, esistenziale, nutrita da un profondo disagio e da un odio verso le classi considerate privilegiate tale da portare al cinismo e al nichilismo. I protagonisti dei dieci racconti riuniti in Radiator, esordio letterario di Jan Sonnergaard (1963-2016), esprimono diverse sfumature di questa condizione comune: giovani, ventenni o trentenni, raccontano dei loro incontri nella capitale, degli approcci sentimentali e sessuali, degli scherzi anche feroci giocati ai più vulnerabili, fino a una serie di furti in parte pianificati in parte frutto dell’ebbrezza del momento. Le loro azioni sono scandite da un linguaggio scarno, spesso brutale, ma a volte sono accompagnate da monologhi e sfoghi contro le istituzioni che dovrebbero garantire a tutti dignità e opportunità e invece perpetuano ingiustizie, svelando l’aspetto oscuro dello stato sociale danese contemporaneo. Il lettore si trova di fronte a diversi paradossi, primo fra tutti il fatto che i protagonisti non paiono essere essenzialmente degli emarginati, anzi, hanno le risorse per condurre una vita accettabile, e tuttavia lo sono sostanzialmente, in un sistema marginalizzante al quale si ribellano quando non sono costretti a rassegnarsi. Il contributo si propone di analizzare la costruzione del concetto di periferia, con particolare riguardo alle immagini della città, ricorrenti in alcuni racconti, e al loro ruolo nella drammatizzazione e nella visione del mondo dei personaggi. Nell’analisi si cercherà anche di collocare l’opera di Sonnergaard non solo nel contesto della letteratura postmoderna e minimalista, ma anche in una prospettiva diacronica, considerando alcune delle principali rappresentazioni di Copenaghen nella letteratura danese dell’ultimo secolo.
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