L’essere soggetti attivi è una consuetudine sempre più diffusa alla quale si collega la condivisione, coerentemente con la visione del consumatore protagonista dell’era digitale, il prosumer1 di Alvin Toffler (1980). La rotta del design si è progressivamente evoluta passando dalla predominanza dell’oggetto alla predominanza del processo, attuando una trasformazione che si configura come una rampa di lancio per il designer contemporaneo. Si aprono così nuove opportunità: da una parte l’occasione di sviluppare ambienti con la potenzialità di accrescere esperienze e creatività attraverso il potenziale umano, spazi in cui fare e creare, imparare, acquisire conoscenze. Dall’altra la possibilità di formare persone con un bagaglio di conoscenze specifico per la gestione di questo tipo di processi. Eventi e azioni generano spazi relazionali e vanno oltre i confini tradizionalmente considerati dalle discipline del progetto. Ciò che distingue questo tipo di interventi non sono dunque le categorie estetiche, compositive, o narrative, quanto piuttosto le relazioni che sono in grado di stimolare, le estetiche performative, l’abilità di entrare all’interno di economie circolari e locali. Tali azioni possono essere codificate nell’ambito del social design, inteso come il design guidato dal desiderio di ridurre l’impatto umano sul nostro pianeta che si assume la responsabilità del proprio agire. L’evento, viene sperimentato come servizio temporaneo, mezzo di produzione e condivisione di conoscenza. Diventa l’occasione per cui vengono concepite soluzioni, pratiche collaborative, servizi e artefatti (piattaforme digitali, scenari, elementi di arredo e allestimento, artefatti comunicativi, prototipi, mockup, ecc.). È possibile immaginare un profilo di designer attivo nella progettazione di soluzioni su misura per le azioni di riuso urbano con-temporaneo? Il testo propone alcune riflessioni e una esperienza svolta aprendo campi di azione meno usuali, una seconda vita per il designer.

Da ex a next – pratiche di riciclo. Creative Heritage Design

Fagnoni Raffaella
2018

Abstract

L’essere soggetti attivi è una consuetudine sempre più diffusa alla quale si collega la condivisione, coerentemente con la visione del consumatore protagonista dell’era digitale, il prosumer1 di Alvin Toffler (1980). La rotta del design si è progressivamente evoluta passando dalla predominanza dell’oggetto alla predominanza del processo, attuando una trasformazione che si configura come una rampa di lancio per il designer contemporaneo. Si aprono così nuove opportunità: da una parte l’occasione di sviluppare ambienti con la potenzialità di accrescere esperienze e creatività attraverso il potenziale umano, spazi in cui fare e creare, imparare, acquisire conoscenze. Dall’altra la possibilità di formare persone con un bagaglio di conoscenze specifico per la gestione di questo tipo di processi. Eventi e azioni generano spazi relazionali e vanno oltre i confini tradizionalmente considerati dalle discipline del progetto. Ciò che distingue questo tipo di interventi non sono dunque le categorie estetiche, compositive, o narrative, quanto piuttosto le relazioni che sono in grado di stimolare, le estetiche performative, l’abilità di entrare all’interno di economie circolari e locali. Tali azioni possono essere codificate nell’ambito del social design, inteso come il design guidato dal desiderio di ridurre l’impatto umano sul nostro pianeta che si assume la responsabilità del proprio agire. L’evento, viene sperimentato come servizio temporaneo, mezzo di produzione e condivisione di conoscenza. Diventa l’occasione per cui vengono concepite soluzioni, pratiche collaborative, servizi e artefatti (piattaforme digitali, scenari, elementi di arredo e allestimento, artefatti comunicativi, prototipi, mockup, ecc.). È possibile immaginare un profilo di designer attivo nella progettazione di soluzioni su misura per le azioni di riuso urbano con-temporaneo? Il testo propone alcune riflessioni e una esperienza svolta aprendo campi di azione meno usuali, una seconda vita per il designer.
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