Il progetto relativo alla costruzione di un porto alla Marina del Finale (o nella vicina comunità di Varigotti, soggetta anch'essa alla giurisdizione del Marchesato) è elaborato dagli spagnoli fin dal loro ingresso definitivo nel feudo a inizio Seicento. Le finalità dichiarate sono di carattere logistico-operativo: il porto, nelle intenzioni, deve servire per le operazioni di sbarco e imbarco della soldatesca del re (tanto è vero che la gelosa vicina genovese si spinge a chiedere alla Corona espresse rassicurazioni in tal senso). Chiaramente, però, il progetto desta parecchio sconcerto negli ambienti di governo della Repubblica, pur sempre alleata della Spagna, perché un porto avrebbe rappresentato un potenziale varco per alimentare i contrabbandi ai danni del fisco, senza contare i rischi a cui sarebbe stata soggetta la Superba nel caso in cui fosse caduto in mani nemiche. D'altra parte, però, gli stessi spagnoli non sono proprio convinti: non solo temono per la fedeltà dell'alleato genovese, ma si barcamenano in oggettive difficoltà finanziarie che non permettono loro di sostenere una spesa così forte, e a complicare le cose ci sono anche insormontabili problemi ambientali (fondali troppo bassi, esposizione eccessiva ai venti). Diventa semmai interessante osservare il grado di condizionamento che il progetto portuale seicentesco esercita sul tradizionale rapporto di alleanza ispano-genovese, con il re Cattolico che da un certo punto in avanti usa la "carta" del porto in maniera del tutto strumentale, ovvero come arma di ricatto per ottenere i soliti servizi (economici-finanziari e logistici) dai genovesi, e la Repubblica che - mostrando ottime capacità di intelligence - capisce presto i veri intendimenti della Corona e si regola di conseguenza.

La questione del porto di Finale: un banco di prova dell'alleanza Genova-Madrid

CALCAGNO, PAOLO
2009

Abstract

Il progetto relativo alla costruzione di un porto alla Marina del Finale (o nella vicina comunità di Varigotti, soggetta anch'essa alla giurisdizione del Marchesato) è elaborato dagli spagnoli fin dal loro ingresso definitivo nel feudo a inizio Seicento. Le finalità dichiarate sono di carattere logistico-operativo: il porto, nelle intenzioni, deve servire per le operazioni di sbarco e imbarco della soldatesca del re (tanto è vero che la gelosa vicina genovese si spinge a chiedere alla Corona espresse rassicurazioni in tal senso). Chiaramente, però, il progetto desta parecchio sconcerto negli ambienti di governo della Repubblica, pur sempre alleata della Spagna, perché un porto avrebbe rappresentato un potenziale varco per alimentare i contrabbandi ai danni del fisco, senza contare i rischi a cui sarebbe stata soggetta la Superba nel caso in cui fosse caduto in mani nemiche. D'altra parte, però, gli stessi spagnoli non sono proprio convinti: non solo temono per la fedeltà dell'alleato genovese, ma si barcamenano in oggettive difficoltà finanziarie che non permettono loro di sostenere una spesa così forte, e a complicare le cose ci sono anche insormontabili problemi ambientali (fondali troppo bassi, esposizione eccessiva ai venti). Diventa semmai interessante osservare il grado di condizionamento che il progetto portuale seicentesco esercita sul tradizionale rapporto di alleanza ispano-genovese, con il re Cattolico che da un certo punto in avanti usa la "carta" del porto in maniera del tutto strumentale, ovvero come arma di ricatto per ottenere i soliti servizi (economici-finanziari e logistici) dai genovesi, e la Repubblica che - mostrando ottime capacità di intelligence - capisce presto i veri intendimenti della Corona e si regola di conseguenza.
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