La reticenza è uno dei rifugi manzoniani. Si tratta, come è ben noto, di una figura di compromesso, ambiguamente costretta nel recinto dell’omissione, eppure anche dominata del valore semantico che la rinuncia alla parola comunque assume. Il silenzio può essere sentenzioso e Manzoni conobbe come pochi altri l’arte retorica della sospensione, del mascheramento. Ogni lettore minimamente accorto dei Promessi sposi lo sa bene. Insieme alla reticenza la sua scrittura si nutre di antifrasi e di parodie, che resistono ad ogni facile rappresentazione di una realtà della cui serena concretezza in fondo e con ragione si dubita. Reticenze e silenzi emergono di continuo anche dalle pagine di questo libro: perché quello preso qui in esame è un Manzoni che manifesta lucidamente la sua sconfortante disarmonia rispetto al presente, il suo trovarsi sempre idisposto al compromesso, eppure oltre modo deciso (costretto forse) ad atenersi da una prise de la parole diretta, non ambigua e pubblica. adicale, questa astensione, nel caso del suo Spartaco, destinato addirittura a restare un progetto inespresso, forse uno dei più problematici e lasciare traccia di sé solo nel mucchio dei suoi brogliacci e nelle solitarie conversazioni con i più intimi sodali. Manzoni, come ho provato a dimostrare, aveva forse compreso meglio e prima di ogni altro la straordinaria complessità del tema spartaciano, già affrontato da tempo nei teatri europei, eppure finalmente – dopo la prima stagione dei moti – davvero ‘moderno’, nel momento in cui si cominciava a riconoscere la soggettività delle masse popolari dentro la storia. Ma con molte incertezze, lasciando troppo a lungo aperto il cantiere della tragedia, egli rinunciò ad affrontare la questione in termini diretti e necessariamente espliciti, preferendo invece far maturare il suo determinato (e pur sofferto) rifiuto delle ‘ragioni’ della rivolta sociale nei versi delle altre due tragedie, nelle Osservazioni e soprattutto nelle pagine (così sottoposte al labor limae della riscrittura) del racconto della sommossa di San Martino nei Promessi sposi. Qui, non fosse stato per il soccorso di altri testi, la reticenza rischiava appunto di giungere ad un punto morto, di sfociare (come Manzoni più volte arrivò a temere) nell’incapacità di esprimersi, nel mero silenzio. Una sensazione di isolamento dolorosa, eppure ricercata quasi con ostinazione, che ebbe notoriamente carattere patologico e fu particolarmente marcata proprio negli anni di gestazione dei capolavori, quando il clima politico – dopo il crollo napoleonico – si andava facendo per lui sempre più pesante. Alla risonanza di pagine straordinariamente evocative si accompagnano dunque anche i silenzi di opere che non furono scritte e i gesti indecisi di un letterato che non riusciva a sentirsi a suo agio in una Lombardia orba di diritti e priva di una costituzione. L’insindacabile, secco rifiuto con cui Manzoni declinò l’invito di Giuseppe Acerbi a collaborare alla «Biblioteca italiana» e «a qualsivoglia associazione letteraria» – ragionevole certo, considerata l’ambiguità ideologica della proposta – assume rilievo più generale se nel contempo si osserva la clamorosa assenza manzoniana non solo da altre e a lui più consentanee esperienze associative e letterarie (il «Conciliatore» prima di ogni altra), ma anche dalla serrata, persino ingenua ricerca, da parte dei ‘crocchi’ romantici, di nuove pratiche di confronto politico. Invece, nella seconda parte di questo volume l’indagine evidenzia soprattutto la cifra del mascheramento nella parola. La parodia manzoniana, ad esempio, persino quella che condiziona alcune importanti scelte onomastiche del romanzo, attiva sempre un punto di vista obliquo sulla realtà, costringendo il lettore a confrontarsi davvero con un mondo «sottosopra». Eppure quel ‘mascheramento’ si riconosce anche in altre e più dirette forme, persino, vorrei dire, nella scelta dell’anonimato attraverso la quale Manzoni promosse la sua giovanile (e un po’ goliardica) polemica in versi contro Monti, forse troppo facilmente eletto a simbolo di una letteratura inginocchiata di fronte al potere. Un anonimato strenuamente (e a lungo) difeso, imposto da una prudenza senz’altro ben comprensibile, ma che Dionisotti chiamò, con qualche malizia da foscoliano impenitente, «superlativa». Anche questa pur marginale vicenda appare in certa misura emblematica, perché la polemica toccava allora un nervo politico davvero sensibile, come testimonia la repentina e incontrollata diffusione di quei versi e l’allarme di cui si fece interprete lo stesso Prefetto di Polizia di Milano. Il giovane Manzoni era probabilmente già consapevole di riuscire a mantenersi, negli anni, «vergine di servio encomio»; probabilmente stava anche già misurandosi con la sua indisponibilità, tanto intransigente quanto sofferta, a rivestire un ruolo pubblico.

«Il mondo sottosopra». Spartaco e altre reticenze manzoniane

TONGIORGI, DUCCIO
2012

Abstract

La reticenza è uno dei rifugi manzoniani. Si tratta, come è ben noto, di una figura di compromesso, ambiguamente costretta nel recinto dell’omissione, eppure anche dominata del valore semantico che la rinuncia alla parola comunque assume. Il silenzio può essere sentenzioso e Manzoni conobbe come pochi altri l’arte retorica della sospensione, del mascheramento. Ogni lettore minimamente accorto dei Promessi sposi lo sa bene. Insieme alla reticenza la sua scrittura si nutre di antifrasi e di parodie, che resistono ad ogni facile rappresentazione di una realtà della cui serena concretezza in fondo e con ragione si dubita. Reticenze e silenzi emergono di continuo anche dalle pagine di questo libro: perché quello preso qui in esame è un Manzoni che manifesta lucidamente la sua sconfortante disarmonia rispetto al presente, il suo trovarsi sempre idisposto al compromesso, eppure oltre modo deciso (costretto forse) ad atenersi da una prise de la parole diretta, non ambigua e pubblica. adicale, questa astensione, nel caso del suo Spartaco, destinato addirittura a restare un progetto inespresso, forse uno dei più problematici e lasciare traccia di sé solo nel mucchio dei suoi brogliacci e nelle solitarie conversazioni con i più intimi sodali. Manzoni, come ho provato a dimostrare, aveva forse compreso meglio e prima di ogni altro la straordinaria complessità del tema spartaciano, già affrontato da tempo nei teatri europei, eppure finalmente – dopo la prima stagione dei moti – davvero ‘moderno’, nel momento in cui si cominciava a riconoscere la soggettività delle masse popolari dentro la storia. Ma con molte incertezze, lasciando troppo a lungo aperto il cantiere della tragedia, egli rinunciò ad affrontare la questione in termini diretti e necessariamente espliciti, preferendo invece far maturare il suo determinato (e pur sofferto) rifiuto delle ‘ragioni’ della rivolta sociale nei versi delle altre due tragedie, nelle Osservazioni e soprattutto nelle pagine (così sottoposte al labor limae della riscrittura) del racconto della sommossa di San Martino nei Promessi sposi. Qui, non fosse stato per il soccorso di altri testi, la reticenza rischiava appunto di giungere ad un punto morto, di sfociare (come Manzoni più volte arrivò a temere) nell’incapacità di esprimersi, nel mero silenzio. Una sensazione di isolamento dolorosa, eppure ricercata quasi con ostinazione, che ebbe notoriamente carattere patologico e fu particolarmente marcata proprio negli anni di gestazione dei capolavori, quando il clima politico – dopo il crollo napoleonico – si andava facendo per lui sempre più pesante. Alla risonanza di pagine straordinariamente evocative si accompagnano dunque anche i silenzi di opere che non furono scritte e i gesti indecisi di un letterato che non riusciva a sentirsi a suo agio in una Lombardia orba di diritti e priva di una costituzione. L’insindacabile, secco rifiuto con cui Manzoni declinò l’invito di Giuseppe Acerbi a collaborare alla «Biblioteca italiana» e «a qualsivoglia associazione letteraria» – ragionevole certo, considerata l’ambiguità ideologica della proposta – assume rilievo più generale se nel contempo si osserva la clamorosa assenza manzoniana non solo da altre e a lui più consentanee esperienze associative e letterarie (il «Conciliatore» prima di ogni altra), ma anche dalla serrata, persino ingenua ricerca, da parte dei ‘crocchi’ romantici, di nuove pratiche di confronto politico. Invece, nella seconda parte di questo volume l’indagine evidenzia soprattutto la cifra del mascheramento nella parola. La parodia manzoniana, ad esempio, persino quella che condiziona alcune importanti scelte onomastiche del romanzo, attiva sempre un punto di vista obliquo sulla realtà, costringendo il lettore a confrontarsi davvero con un mondo «sottosopra». Eppure quel ‘mascheramento’ si riconosce anche in altre e più dirette forme, persino, vorrei dire, nella scelta dell’anonimato attraverso la quale Manzoni promosse la sua giovanile (e un po’ goliardica) polemica in versi contro Monti, forse troppo facilmente eletto a simbolo di una letteratura inginocchiata di fronte al potere. Un anonimato strenuamente (e a lungo) difeso, imposto da una prudenza senz’altro ben comprensibile, ma che Dionisotti chiamò, con qualche malizia da foscoliano impenitente, «superlativa». Anche questa pur marginale vicenda appare in certa misura emblematica, perché la polemica toccava allora un nervo politico davvero sensibile, come testimonia la repentina e incontrollata diffusione di quei versi e l’allarme di cui si fece interprete lo stesso Prefetto di Polizia di Milano. Il giovane Manzoni era probabilmente già consapevole di riuscire a mantenersi, negli anni, «vergine di servio encomio»; probabilmente stava anche già misurandosi con la sua indisponibilità, tanto intransigente quanto sofferta, a rivestire un ruolo pubblico.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11567/887073
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