Nel 1576 le cosiddette Leges novae, destinate a regolare fino al 1797 le istituzioni della Repubblica di Genova, stabiliscono che due volte l’anno vengano sorteggiati cinque nominativi di patrizi destinati a rimpiazzare altrettanti membri dei Serenissimi Collegi, il massimo organo di governo. Secondo una tradizione ben consolidata in Italia e in Europa, quei sorteggi rappresentano un’ottima occasione di effettuare scommesse; ma nel caso genovese la cosa assume ben presto una configurazione particolare. Si crea infatti un’organizzazione che gestisce e codifica le puntate, stabilendone le modalità in forme che rappresentano il primo modello del gioco del lotto. Dopo un periodo di gestione semiclandestina, nel 1644 la Repubblica decide di rendere lecito il gioco, appaltandone la tenuta al miglior offerente. Da allora la popolarità del lotto genovese (o per meglio dire del Seminario, come viene chiamato a Genova dal nome dell’urna da cui si estraggono i nomi) non fa che crescere in patria e nel resto d’Italia, parallelamente agli introiti che lo Stato ne ricava, attirando gli investimenti delle maggiori famiglie patrizie. Via via fioriscono a Roma, a Napoli, a Venezia, a Milano, a Torino e in altre città – sia pure spesso tra preoccupazioni e scrupoli morali – i tentativi di copiare l’organizzazione del gioco per trarne altrettanti profitti pubblici e privati: iniziative che apparentemente minacciano gli interessi degli appaltatori e dei governanti genovesi, ma dietro le quali in genere si cela proprio qualche intraprendente suddito della Repubblica, o addirittura gli stessi appaltatori che meditano in tal modo di allargare il loro giro di affari. Anche se a lungo andare il monopolio ligure è destinato ad esaurirsi, tanto più con la diffusione del gioco in altri paesi europei. Se l’origine genovese del lotto è nota da tempo, in questo libro si esaminano per la prima volta, sulla scorta della documentazione archivistica, i meccanismi primitivi del gioco, le modalità degli appalti, i progetti per riprodurlo al di fuori di Genova, le ricadute economiche e istituzionali che ne sono derivate, alcune delle quali decisamente curiose e inaspettate.

"Un giuoco così utile ai pubblici introiti". Il lotto di Genova dal XVI al XVIII secolo

ASSERETO, GIOVANNI
2013

Abstract

Nel 1576 le cosiddette Leges novae, destinate a regolare fino al 1797 le istituzioni della Repubblica di Genova, stabiliscono che due volte l’anno vengano sorteggiati cinque nominativi di patrizi destinati a rimpiazzare altrettanti membri dei Serenissimi Collegi, il massimo organo di governo. Secondo una tradizione ben consolidata in Italia e in Europa, quei sorteggi rappresentano un’ottima occasione di effettuare scommesse; ma nel caso genovese la cosa assume ben presto una configurazione particolare. Si crea infatti un’organizzazione che gestisce e codifica le puntate, stabilendone le modalità in forme che rappresentano il primo modello del gioco del lotto. Dopo un periodo di gestione semiclandestina, nel 1644 la Repubblica decide di rendere lecito il gioco, appaltandone la tenuta al miglior offerente. Da allora la popolarità del lotto genovese (o per meglio dire del Seminario, come viene chiamato a Genova dal nome dell’urna da cui si estraggono i nomi) non fa che crescere in patria e nel resto d’Italia, parallelamente agli introiti che lo Stato ne ricava, attirando gli investimenti delle maggiori famiglie patrizie. Via via fioriscono a Roma, a Napoli, a Venezia, a Milano, a Torino e in altre città – sia pure spesso tra preoccupazioni e scrupoli morali – i tentativi di copiare l’organizzazione del gioco per trarne altrettanti profitti pubblici e privati: iniziative che apparentemente minacciano gli interessi degli appaltatori e dei governanti genovesi, ma dietro le quali in genere si cela proprio qualche intraprendente suddito della Repubblica, o addirittura gli stessi appaltatori che meditano in tal modo di allargare il loro giro di affari. Anche se a lungo andare il monopolio ligure è destinato ad esaurirsi, tanto più con la diffusione del gioco in altri paesi europei. Se l’origine genovese del lotto è nota da tempo, in questo libro si esaminano per la prima volta, sulla scorta della documentazione archivistica, i meccanismi primitivi del gioco, le modalità degli appalti, i progetti per riprodurlo al di fuori di Genova, le ricadute economiche e istituzionali che ne sono derivate, alcune delle quali decisamente curiose e inaspettate.
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