El cuerpo de la violencia.Mujeres soñaron caballos Il carattere paradigmatico di Mujeres soñaron caballos di Daniel Veronese (1999) come opera rappresentativa della storia e della cultura argentina negli anni a cavallo del secolo, è confermato non solo dall’anomala continuità delle sue rappresentazioni e messe in scena lungo il decennio, ma anche dai risultati di una dettagliata e minuziosa analisi testuale. Il genere mobilita distinte categorie ermeneutiche secondo un maggiore o minore avvicinamento alla gestualizzazione drammaturgica o, in alternativa, al testo nella sua organizzazione e nelle sue attualizzazioni letterarie. Risultano inerziali, di conseguenza, i vincoli che la rappresentazione proietta partendo dalla sede nella quale si realizza, le circostanze, la contestualizzazione storica. Questo lavoro si propone di analizzare solamente il testo e le sue implicazioni letterarie e culturali, senza entrare nel merito dell’ambito strettamente teatrale della rappresentazione e della sua concezione scenica. Sono presenti rinvii subliminali a spazi e processi della storia del teatro argentino nell’opera di Veronese. La stanza nella quale si sviluppa tutta l’opera, caratterizzata dallo spazio quasi inesistente che i personaggi occupano per i loro spostamenti, e l’obbligato contatto dei corpi, rimanda indubbiamente agli angusti spazi delle stanze dei conventillos, dove i personaggi del grotesco criollo materializzavano i conflitti sociali e personali del processo immigratorio. Allo stesso tempo, la disubbedienza strutturale alle logiche regole della convivenza, che sembra regolare le oscillanti relazioni dei personaggi, rinvia anche alle articolazioni locali del teatro della crudeltà degli anni sessanta/settanta e alla sua particolare strutturazione a partire dal significato (e non dal significante) della violenza. I rimandi, senza dubbio, innescano un’altra dimensione della semantica teatrale nell’opera di Veronese. In qualche modo i modelli citati esibivano un’etica della violenza -spaziale, interpersonale- che procedeva dall’esterno degli individui e li condizionava. Il lato “esteriore” era ideologizzato e ideologizzabile. In un caso, implicava le letture dell’immigrazione e dei conflitti in essa implicati e nell’altro, le frizioni sociali corrispondenti alle differenti fasi della crisi di identità collettiva. In Mujeres soñaron caballos tanto l’asfissiante riduzione dello spazio quanto le relazioni non consequenziali che i protagonisti verbalizzano, risultano di difficile ascrizione a schemi generalizzanti perché la materia discorsiva si disloca continuamente, alternando poetiche e vuoti di oscura materialità. In Mujeres soñaron caballos c’è una sapiente rappresentazione dei conflitti tra le distinte modellizzazioni normative presenti nella cultura argentina alla fine del secolo XX. La nuova violenza cui il testo fa riferimento non ha connotazioni definite. Scaturisce dagli individui che non riescono a esplicitare i loro dispositivi interiori e che non attuano nessuna delle molte norme sociali presenti contemporaneamente. La percezione delle rinegoziazioni identitarie dei patti sociali in atto dagli anni ottanta non consolida spazi collettivi di affermazione. Propone solo labili equilibri tra il globale e il locale, moltiplicando la decentralizzazione dei criteri di lettura e l’ineludibile frammentarietà degli spazi interiori che ricompongono isomorficamente la violenza del recente passato della società argentina. La comunicazione patologizzata rinvia alle origini della violenza impudicamente esibita, all’intento di modellizzare un’oscenità teatrale fatta di disvelamenti e alla proposta di materializzare nuovi spazi interiori di riflessione culturale.

El cuerpo de la violencia: "Mujeres soñaron caballos" de Daniel Veronese

CRISAFIO, RAUL OSVALDO
2009-01-01

Abstract

El cuerpo de la violencia.Mujeres soñaron caballos Il carattere paradigmatico di Mujeres soñaron caballos di Daniel Veronese (1999) come opera rappresentativa della storia e della cultura argentina negli anni a cavallo del secolo, è confermato non solo dall’anomala continuità delle sue rappresentazioni e messe in scena lungo il decennio, ma anche dai risultati di una dettagliata e minuziosa analisi testuale. Il genere mobilita distinte categorie ermeneutiche secondo un maggiore o minore avvicinamento alla gestualizzazione drammaturgica o, in alternativa, al testo nella sua organizzazione e nelle sue attualizzazioni letterarie. Risultano inerziali, di conseguenza, i vincoli che la rappresentazione proietta partendo dalla sede nella quale si realizza, le circostanze, la contestualizzazione storica. Questo lavoro si propone di analizzare solamente il testo e le sue implicazioni letterarie e culturali, senza entrare nel merito dell’ambito strettamente teatrale della rappresentazione e della sua concezione scenica. Sono presenti rinvii subliminali a spazi e processi della storia del teatro argentino nell’opera di Veronese. La stanza nella quale si sviluppa tutta l’opera, caratterizzata dallo spazio quasi inesistente che i personaggi occupano per i loro spostamenti, e l’obbligato contatto dei corpi, rimanda indubbiamente agli angusti spazi delle stanze dei conventillos, dove i personaggi del grotesco criollo materializzavano i conflitti sociali e personali del processo immigratorio. Allo stesso tempo, la disubbedienza strutturale alle logiche regole della convivenza, che sembra regolare le oscillanti relazioni dei personaggi, rinvia anche alle articolazioni locali del teatro della crudeltà degli anni sessanta/settanta e alla sua particolare strutturazione a partire dal significato (e non dal significante) della violenza. I rimandi, senza dubbio, innescano un’altra dimensione della semantica teatrale nell’opera di Veronese. In qualche modo i modelli citati esibivano un’etica della violenza -spaziale, interpersonale- che procedeva dall’esterno degli individui e li condizionava. Il lato “esteriore” era ideologizzato e ideologizzabile. In un caso, implicava le letture dell’immigrazione e dei conflitti in essa implicati e nell’altro, le frizioni sociali corrispondenti alle differenti fasi della crisi di identità collettiva. In Mujeres soñaron caballos tanto l’asfissiante riduzione dello spazio quanto le relazioni non consequenziali che i protagonisti verbalizzano, risultano di difficile ascrizione a schemi generalizzanti perché la materia discorsiva si disloca continuamente, alternando poetiche e vuoti di oscura materialità. In Mujeres soñaron caballos c’è una sapiente rappresentazione dei conflitti tra le distinte modellizzazioni normative presenti nella cultura argentina alla fine del secolo XX. La nuova violenza cui il testo fa riferimento non ha connotazioni definite. Scaturisce dagli individui che non riescono a esplicitare i loro dispositivi interiori e che non attuano nessuna delle molte norme sociali presenti contemporaneamente. La percezione delle rinegoziazioni identitarie dei patti sociali in atto dagli anni ottanta non consolida spazi collettivi di affermazione. Propone solo labili equilibri tra il globale e il locale, moltiplicando la decentralizzazione dei criteri di lettura e l’ineludibile frammentarietà degli spazi interiori che ricompongono isomorficamente la violenza del recente passato della società argentina. La comunicazione patologizzata rinvia alle origini della violenza impudicamente esibita, all’intento di modellizzare un’oscenità teatrale fatta di disvelamenti e alla proposta di materializzare nuovi spazi interiori di riflessione culturale.
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