Non solo la critica specialistica, quella degli italianisti, ma anche la ricerca più propriamente storiografica riconosce da tempo il ruolo fondativo del discorso letterario per l’affermazione dei miti costituenti l’idea di nazione, e anche la sua funzione esemplare, la capacità di immaginare una cittadinanza ancora – spesso drammaticamente – da costruire. Una funzione che non si esaurì affatto con il compimento istituzionale del Risorgimento, ma anzi ebbe rilevanza (se è possibile) più decisiva nel primo ventennio di vita del Regno d’Italia, quando si cercò di far coincidere modelli identitari con la concreta esperienza del nuovo Stato. Questo libro ripercorre settanta anni di storia letteraria osservando alcuni episodi che paiono esemplari proprio perché, rispetto a questo “ufficio”, problematici. Dalle vicende di Monti in età napoleonica, sostenitore di una prospettiva nazionale prima e poi poeta (apparentemente omologato) del “Governo”, alla figura di Rasori, di fatto tenuto ai margini tanto dalla “Biblioteca Italiana” quanto dal “Conciliatore”; dall’istituto del comizio popolare, parodizzato in molte pagine romanzesche, alla rappresentazione amara e polemica delle sconfitte militari del Risorgimento, i saggi di questo volume cercano quindi di porre lo sguardo soprattutto sugli accenti disarmonici, sulle memorie non condivise e forse, talvolta, un po’ trascurate.

Disarmonie di una nazione. Sguardi letterari del secolo decimonono

duccio tongiorgi
2020

Abstract

Non solo la critica specialistica, quella degli italianisti, ma anche la ricerca più propriamente storiografica riconosce da tempo il ruolo fondativo del discorso letterario per l’affermazione dei miti costituenti l’idea di nazione, e anche la sua funzione esemplare, la capacità di immaginare una cittadinanza ancora – spesso drammaticamente – da costruire. Una funzione che non si esaurì affatto con il compimento istituzionale del Risorgimento, ma anzi ebbe rilevanza (se è possibile) più decisiva nel primo ventennio di vita del Regno d’Italia, quando si cercò di far coincidere modelli identitari con la concreta esperienza del nuovo Stato. Questo libro ripercorre settanta anni di storia letteraria osservando alcuni episodi che paiono esemplari proprio perché, rispetto a questo “ufficio”, problematici. Dalle vicende di Monti in età napoleonica, sostenitore di una prospettiva nazionale prima e poi poeta (apparentemente omologato) del “Governo”, alla figura di Rasori, di fatto tenuto ai margini tanto dalla “Biblioteca Italiana” quanto dal “Conciliatore”; dall’istituto del comizio popolare, parodizzato in molte pagine romanzesche, alla rappresentazione amara e polemica delle sconfitte militari del Risorgimento, i saggi di questo volume cercano quindi di porre lo sguardo soprattutto sugli accenti disarmonici, sulle memorie non condivise e forse, talvolta, un po’ trascurate.
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